Hanno ancora senso i buoni mensili per i celiaci?

L’intolleranza permanente al glutine, meglio conosciuta col termine Celiachia, è una patologia che colpisce l’1% della popolazione. Esiste una sola modalità per poter curare questa condizione: seguire una dieta con alimenti privi di glutine. Come già approfondito nel precedente articolo sull’etichettatura dei prodotti senza glutine, nel 2005 è stata istituita la legge che consente l’erogazione dei prodotti definiti “dietoterapeutici”, erogabili dal sistema sanitario nazionale. In parole povere, in funzione del sesso e dell’età sono state determinate delle soglie di spesa di cui i celiaci possono usufruire per poter ritirare (gratuitamente) prodotti senza glutine in farmacia o nei negozi convenzionati. Questi prodotti sono individuabili da un logo circolare bianco e verde rilasciato dal Ministero della Salute alle aziende dopo aver realizzato approfonditi controlli presso gli impianti produttivi delle stesse.


I celiaci che usufruiscono di questa agevolazione sono 164.492 (dati del Ministero della Salute riferiti al 2013). Suddividendo i celiaci tra donne (circa 2/3 del totale), uomini e bambini, lo Stato italiano paga ogni anno una cifra superiore ai 200.000.000 di euro per erogare questi prodotti. Una cifra notevole che, se aggiornata al 2015, sarà decisamente più elevata.

L’erogazione gratuita dei prodotti senza glutine è di notevole aiuto per la vita del celiaco, ma nasconde ombre sulle quali sarebbe opportuno fare chiarezza.

Una delle prime è la differenza di prezzo che lo Stato paga rispetto allo stesso prodotto venduto normalmente nei negozi o nella grande distribuzione. Se le regole del mercato sono le stesse che riguardano tutti i prodotti della filiera agroalimentare, non esistono costi aggiuntivi per giustificano una differenza di prezzo che spesso supera il 50%.

Altro argomento che andrebbe approfondito è la tipologia di prodotti che possono essere erogati gratuitamente. La legge 123/2005, all’art.4 comma 1 recita: “Al fine di garantire un’alimentazione equilibrata, ai soggetti affetti da Celiachia è riconosciuto il diritto all’erogazione gratuita di prodotti dietoterapeutici senza glutine”. Oggi la legge, secondo il mio parere, è stata completamente tradita dall’offerta di dietoterapeutici che nulla hanno a che fare con l’alimentazione equilibrata: merendine con infinite tipologie di farcitura e snack ipercalorici sono l’esatto opposto di ciò che è previsto in una dieta equilibrata. Pasta, pane e farina possono essere considerati prodotti necessari per continuare a condurre un’alimentazione corretta, ma tutto il resto, non necessario nella dieta di qualsiasi essere umano, dovrebbe rappresentare la scelta personale di chi vuole togliersi lo sfizio di mangiare qualcosa di diverso, ma non possono essere considerati necessari al punto da essere erogati gratuitamente dallo Stato. Bastoncini di pesce impanati, olive ascolane, arancini di riso, barrette di cioccolato con cereali consentiti e tanto altro ancora non sono eticamente ammissibili tra i prodotti erogabili dallo Stato.

Questo approccio all’alimentazione non è differente da quello che avviene normalmente nei consumi di prodotti alimentari. I prodotti trasformati hanno letteralmente cambiato l’approccio al cibo sulle tavole dell’uomo, allontanandolo da tutto ciò che è offerto dalla natura e che da sempre ha rappresentato le tradizioni gastronomiche. Nel caso dei celiaci questo atteggiamento è ancora più grave, visto che parliamo di persone che hanno già un problema fisico relativo all’assunzione del cibo e proprio per questo motivo dovrebbero essere maggiormente stimolati a seguire un regime alimentare sano, senza utilizzo di prodotti trasformati dall’industria. Questa problematica è legata alla cultura del cibo relativa alle ultime due generazioni, quelle vissute nel benessere economico che ha permesso di avere tutto già pronto e disponibile in qualsiasi luogo. Partire da una educazione all’uso corretto del cibo potrebbe rappresentare un passo in avanti decisivo anche per le prossime generazioni.

Questi due argomenti, già da soli, dovrebbero far riflettere sulla necessità di mantenere il privilegio dell’erogazione dei buoni a queste condizioni.

Voglio però mettere in campo ulteriori argomenti di riflessione su cui ritengo sia necessario riflettere. Come dicevo all’inizio, i celiaci sono l’1% della popolazione, quindi in Italia dovremmo avere circa 600.000 persone a cui è stata diagnosticata la Celiachia. I dati del 2013 parlano di poco meno di 150.000 diagnosticati, quindi vuol dire circa il 75% dei celiaci (450.000) non è stato diagnosticato. Una cifra enorme di persone che, in assenza di diagnosi e quindi di alimentazione senza glutine, potrebbero sviluppare nel tempo patologie collegate alla celiachia non curata. Tra queste patologie vi sono alcune molto gravi, che possono mettere a rischio la stessa vita di queste persone. Per correre ai ripari rispetto a questo rischio, sarebbe necessario uno screening seriologico di massa, per permettere la diagnosi di tutti coloro che sono inconsapevolmente celiaci. Questo tipo di screening della popolazione ha sicuramente dei costi importanti, ma decisamente inferiori rispetto a quelli che il sistema sanitario nazionale dovrà impiegare per curare persone che potrebbero, per effetto di una mancata diagnosi di Celiachia, sviluppare patologie ben più gravi…

Facile, quindi, fare qualche riflessione:

Ha ancora senso mantenere le attuali condizioni per il ritiro gratuito di dietoterapeutici?

Perché non utilizzare i fondi stanziati per i dietoterapeutici (o una parte di essi) per finanziare lo screening della popolazione?

Perché non utilizzare una parte dei fondi per far partire progetti di educazione alimentare che insegni alle persone come approcciarsi all’alimentazione sana, partendo dall’utilizzo di alimenti naturalmente privi di glutine?

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